Penso di essermi seduta davanti al computer almeno una quindicina di volte cercando di trovare le parole giuste per attaccare queste quattro righe che vorrei buttare giù da un pò per sancire in qualche modo il mio rientro dopo l’esperienza più incredibile e trasformativa che mi è capitata finora. Ovviamente il tempo a mia disposizione non è più quello di prima e questa piccola immensa gioia che è arrivata a portare luce nelle nostre vite ha le sue impellenti esigenze che, manco a dirlo, sovrastano tutte le altre. Aggiungiamoci un’ulteriore difficoltà data dal fatto che ho davvero tre milioni – stando stretti- di idee, pensieri, riflessioni che mi frullano per la testa, et voilà il cocktail perfetto per non sapere neanche da che parte iniziare. Per questo ho deciso che andrò dritta al punto senza tanti giri di parole.
Nei giorni immediatamente successivi al parto mi trovavo, come è normale che sia, nel bel mezzo di una montagna russa emotiva incredibilmente intensa: a metà tra la gioia estrema e l’angoscia più nera che mi causava l’utilizzo del telefono, in particolare usare i social media. Erano i giorni in cui sembrava si fosse aperto uno spiraglio per una tregua a Gaza, e le immagini di quella folla infinita che marciava in mezzo alle macerie non mi davano pace. Persone che avevano perso tutto, camminavano stanchi, sporchi, feriti, uniti e in molti con grandi sorrisi luminosi stampati sul volto. Non sapevano che il peggio doveva ancora arrivare. E io non sapevo gestire un sentimento tagliente, crudo, ma non nuovo che si stava impossessando delle mie viscere. Con quella piccola creatura gracile e indifesa che dormiva sdraiata sul mio petto, non riuscivo a togliermi dalla mente le immagini dei bambini che sotto quelle bombe stavano morendo, rimanendo mutilati, perdendo le loro madri e le loro famiglie. Io potevo godermi il privilegio di stringere mia figlia, baciarla, abbracciarla, nutrirla, farle il bagnetto e prendermi cura di lei. Una cosa così naturale e per noi scontata mi ha, ancora una volta, sbattuto in faccia la consapevolezza di non essere altro, in fondo, che una privilegiata.
Questa consapevolezza in realtà l’ho sempre avuta, perlomeno da quando ho cominciato a sviluppare una coscienza critica; i viaggi e le esperienze in giro per il mondo l’hanno poi approfondita e consolidata. E adesso la maternità l’ha portata ad un livello ulteriore: perché il privilegio che è toccato in sorte a tutti noi occidentali non lo possediamo per diritto divino o naturale, ma pesa sulle nostre coscienze come un macigno, è fatto di vite strappate e sangue di milioni di persone che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte “sbagliata” del mondo. La situazione in Palestina, peraltro a me da tempo molto cara, è solo una delle tante facce di un sistema diabolico che si fonda sull’oppressione e sfruttamento di una maggioranza a vantaggio di una risicata minoranza viziata e incosciente.
Questa cosa l’ho sempre saputa. E le scelte che ho preso nella mia vita sono state massicciamente influenzate da questa consapevolezza. Fin dai quindici anni, quando scelsi di smettere di bere Coca Cola e mangiare McDonalds pensando che la mia piccola presa di posizione potesse davvero fare la differenza. Poco dopo capii che il mio singolo gesto non è che avrebbe scosso davvero le fondamenta di due colossi di quella portata, ma decisi di portare avanti comunque la mia scelta perché ci credevo, e perché non avrei potuto fare altrimenti: ormai sapevo.
In questo momento mi trovo di fronte a un bivio esistenziale simile a quello (e a tanti altri che si sono presentati successivamente), trovandomi adesso nel momento in cui devo ricominciare a pianificare la mia attività lavorativa come naturopata, sociale e culturale come referente di una sezione locale di Slow Food, famigliare come madre e compagna. E sento di non poter davvero fare nulla di tutto ciò senza parlare di Palestina, nulla di quello che ho studiato, che mi appassiona e che voglio condividere con voi ha senso se non è posto in relazione con la tragedia in atto in quella terra martoriata da oltre settant’anni di occupazione. Ma non perché la tragedia palestinese é più importante delle altre, ma perché a partire da essa penso si possa arrivare ad avere ragione una volta per tutte del fatto che questo sistema così come ha funzionato finora non è più sostenibile. Non lo é mai stato in realtà, ma penso che adesso siamo arrivati a un punto di svolta, se intendiamo conservare la nostra umanità.
La grande domanda che mi sono posta da qualche mese a questa parte è: come posso continuare ad occuparmi di salute e di benessere quando nel mondo prevalgono la violenza e la barbarie? Come posso parlare di come riavvicinarsi alla natura e utilizzare i suoi doni per uno stile di vita più sano e sostenibile se questa stessa Natura viene attentata ogni giorno da uomini avidi e sanguinari? Come posso educare mia figlia al rispetto e alla solidarietà se di fronte ad una situazione generalizzata di catastrofi umanitarie incessanti rimango nell’inazione più totale? La naturopatia insegna che non può esistere guarigione individuale senza guarigione collettiva. Se il mondo non sta bene, non posso pensare di stare bene io né tantomeno far stare bene gli altri.
La risposta in realtà l’avevo già dentro di me, e dopo queste riflessioni mi è arrivata forte e chiara: mettendo il mio sapere e tutte le mie energie al servizio della pace, per il popolo palestinese e per tutti i popoli che in questo momento stanno subendo le tragiche conseguenze di un assetto economico- sociale basato sull’oppressione e lo sfruttamento.
Per farlo continuerò a fare quello che facevo prima né più e né meno, vi parlerò di autoproduzioni, rimedi naturali, alimentazione consapevole, in chiave “resistente”, ovvero cercando al contempo di informare più approfonditamente sull’impatto che certe scelte di consumo e certe abitudini hanno sull’economia globale e di conseguenza sulle ingiustizie e i massacri in atto, per resistere alla barbarie e alla disumanizzazione di questa epoca folle che stiamo vivendo.
Credo fermamente che dobbiamo metterci in testa che tutte quelle piccole azioni quotidiane che in teoria sappiamo potrebbero avere un impatto, ma non prendiamo del tutto sul serio perché ci dicono che “tanto non cambierà nulla”, in realtà CONTANO ECCOME. E si, possono davvero FARE LA DIFFERENZA. Basta mettersi nell’ordine di idee che adesso bisogna fare sul serio. E si, bisogna essere pronti a rinunciare e scremare il superfluo, ma scoprirete che può essere estremamente gratificante, contrariamente a quanto si possa pensare.
Ho già tantissimi progetti di cui non vedo l’ora di parlarvi, sperando possano essere di ispirazione e conforto per chiunque ne abbia bisogno in questo difficile momento.
Sempre con tanto, tanto amore,
Ilaria


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